“Lu pecoraru quanno va a Maremma”. Pastori e greggi del Vissano

"Lu pecoraru quanno va a Maremma". Pastori e greggi del Vissano "Lu pecoraru quanno va a Maremma". Pastori e greggi del Vissano

«Lu pecoraru quanno va a Maremma, se crede d’esse un principe e un notaro, la coda della pecora è la penna, lo secchio de lo latte è lu calamaru», dice un antico canto pastorale. Transumante, dunque, ma anche istruito, primo capitalismo agrario insieme ai tempi allungati e ai silenzi impegnativi.

La mattina scopre nuvole bizzose, e un pallido sole. L’albeggiare è raro in montagna, che ti vien voglia di contare le stelle pallide. E così dietro al gregge monocorde s’inerpicano i pecorari di ieri e d’oggi. Me li ricordo bene i giovani dei miei anni, quando la discoteca era il luogo del diporto serale. E pastori e figli di pastori si spostavano tra bancone e divanetti di peluche, dondolando con le mani dentro le tasche, ché se fuoriuscivano puzzavano ancora di pecora. Per quanto lavassero, l’odore d’animale era appiccicato. Fiumi di profumo da supermarket confondevano vestiti accozzati. Ma le mani no. Le mani non tradiscono. Nessuna femmina allora voleva condividere il desco e la vita col pecoraro, se non figlia di pecorari che alla fine l’odore acre di pecurume non s’avverte più. Era gli anni ottanta – quelli dei paninari urbani o periferici, delle timberland e moncler in ogni angolo di provincia italica- che conviveva con la minima resistenza montana, un antico mischio d’omini e bestie e campagna e puzza e scarponi inzaccherati e jeep rumorose. Per il liceo, prendevamo la corriera per raggiungere il capoluogo sibillino, che resta Camerino. Si faceva tutti i paesi quella grossa lamiera arrancante nelle salite, scalando marce con movimento faticoso manuale rumoroso. La corriera degli studenti era zeppa. Stavamo in piedi, sbattendo tracolle telate e libri serrati da un elastico zebrato. C’era un posto solo libero, accanto al figlio di pastore, liceale d’aspetto adulto per via di barba incolta e la voce roca. Mi sedevo solo io. Per pigrizia, magari, per una sana abitudine ai disadattati, per non ascendenze pecorecce. Nessuno s’avvicinava per quell’atmosfera puzzosa di pecore, che comunque non riesci ad abituarti. Che fai quando torni da scuola? Chiesi quel giorno. Porto le pecore in montagna, le faccio pascolare, le riporto a casa, le medico, le mungo e a sera faccio il cacio. E quando studi? Aggiunsi, abituato al mio cazzeggio-paginetta-cazzeggio. Ah per studiare c’è tanto tempo – sorrise –-; c’è tutta la notte.

Per quel che mi riguarda, pecore, pastori, capanni, vergari hanno addensato il mio immaginario giovanile, stretto dalla famiglia di mio padre e la retorica da maestra elementare di mia madre. C’era zio Alcide, servo pastore per una vita, che piombava nella nostra casa e raccontava. E poi lo accompagnavamo su a Pantaneto, frazione di Montecavallo. Arrivare sulle pendici di Montecavallo, il transito più interessante partiva dalla Valle S. Angelo, le sue torri sdrucciolate, lungo un diverticolo della Flaminia percorsa da romani e santi, e guerrieri, e pastori, e emigrati verso la frontiera a due passi da casa. A metà strada con Colfiorito, c’è un bivio. Quando t’acquatti e scendi a folle dopo la china per poi vira’ per Collattoni (Colle degli Ottoni, insomma, dove se so’ stabiliti i Longobardi del ducato di Spoleto, parenti miei qualcuno dice, per l’occhio ceruleo lacrimevole e la panza da capo barbaro). Perché ’sta digressione la devo fare. Dal Colle degli Ottoni, prima d’arrivà a Piè del Sasso, c’è Pantaneto. I Mattioni (m’hanno insegnato che il suffisso è anch’esso longobardo) s’erano affaticati tra pecore, grano e carbone delle cotte. Le terre di mezzo ti rimangono dentro, e radicati e inquieti e in fuga, ti senti ovunque in prestito. E i nomi poi degli zii, Alcide, appunto, ma anche Ginevra, Armida e Renato detto Rinaldo. Come quei libretti bisunti di eroi desueti, di cavalieri erranti, di Meschini che parano le greggi. Ma anche Orlando che caccia la mente oltre la terra, e ancora innamoramenti e armature lucenti rimaste nei cosciali di carpa, pelosi e rigidi, nell’incerata come un mantello. Insieme al ciauscolo ci va il pecorino, cari miei. Addensato per mistero, appena caldo, con lo stomaco essiccato di un agnello di solo latte e niente erba, divenuto liquido grigio del caglio, dentro una callara mostruosa di rame sconocchiato. Eppoi i lupi e le pecore, li pecorari con le mani puzzose di cacio, col silenzio dei Sibillini che solo l’ingegnoso di Recanati chiamava “azzurri”, perché scabri, e infernacci e pizzi del diavolo, e laghetti di chirocefali del Marchesoni e viperacce dell’Orsini, con la Camerino dei professori universitari (allora ombelico del mondo) che scoprivano e raccontavano erbe e bestie cattive, coi nomi latini, nei miei anni su tutti Pedrotti e Orsomando, con tanto di riserva di Torricchio. Ma altri docenti discettavano, come il professore contadino Oreste che, giunco cullato dalla tramontana, spremeva alla Rocca di Pieve Torina gli acini aspri di un vino che raspava l’anima. A piedi nudi. Come lui tanti altri che negli anni 90 avevo intervistato a Cupi di Visso, a due passi da Macereto santuario, per uno studio sui pastori transumanti. Che rileggo, cambiando registro…

Sono rimasti pochissimi. Eppure il fascino nell’affrontare lo studio della società pastorale alto-maceratese scaturisce, soprattutto, dalla sua natura ambivalente. I pastori sono stati transumanti ma al tempo stesso stanziali in ogni luogo ove piazzavano la loro vita, cosmopoliti delle piane maremmane ed intimamente localistici, strenuamente legati ad ataviche consuetudini. Vivevano in capannelli mobili, ma mettevano da parte i guadagni per costruire al paese la casa di pietra. La pastorizia transumante pur mantenendo modi di lavoro arretrati ha offerto i primi germi del capitalismo rurale, lavoro delle solitudini ma che richiedeva legami di interessi con contadini per i pascoli ed artigiani. Rozzi e sbrigativi negli atteggiamenti e nel vestire, erano capaci di perdersi in poemi cavallereschi e di cantare in ottave la loro triste condizione. Servo nelle grandi masserie, il pastore è anche “moscetto”, libero ed indipendente piccolo proprietario.

Ed ambivalente è stata la stessa pecora. Essa è vissana, quando è stanziale, sopravvissana quando diventa transumante. Ed è proprio l’ovino che fornisce la chiave di lettura di una società che asseconda le esigenze dell’animale più ancora di quelle delle persone.

Un mondo dai caratteri che travalicano l’angusto spazio di monti della piccola provincia marchigiana, testimonianze millenarie di una società sconosciuta ed estranea alla storia agricola delle pianure e dei “dolci colli”. Storia, quest’ultima, caratterizzata dall’aurea mediocritas come ruralità dai caratteri medi e bene equilibrati, e, ancor di più, dalla natura della famiglia mezzadrile che nelle ricorrenti descrizioni appare pervasa di mansuetudine, dedizione al lavoro, vocazione al risparmio e prolificità.

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